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La morte non ha l’ultima parola
Versetto chiave: ”E, presala per mano, le disse: «Talità cum!», che tradotto vuol dire: «Ragazza, ti dico: àlzati!» Subito la ragazza si alzò e camminava, perché aveva dodici anni. E furono subito presi da grande stupore.” Marco 5:41-42 (NR06)
Dopo il silenzio, dopo l’attesa, dopo la paura, Gesù arriva finalmente nella casa di Iairo. E la scena che trova non è incoraggiante. C’è confusione, pianto, rumore, disperazione. Tutto parla di morte. Tutto sembra ormai concluso.
Ma Gesù non si lascia guidare dall’atmosfera del momento. Prima di fare qualsiasi cosa, manda fuori la folla. Tiene con sé solo i genitori e tre discepoli. Questo gesto ci insegna qualcosa di importante: non tutte le voci possono accompagnarci nei momenti decisivi.
La folla piange, urla, deride Gesù quando parla di speranza. Ma Gesù crea uno spazio protetto, un ambiente dove la fede può respirare.
Poi compie un gesto semplice, quasi intimo. Prende la bambina per mano. Non urla. Non fa un discorso. Non compie un gesto spettacolare. Dice solo: “Talità cum.” “Ragazza, ti dico: àlzati!”
Una frase breve. Una parola piena di autorità. E ciò che sembrava definitivo viene sconfitto.
La morte, che aveva parlato per ultima, viene zittita. La vita di Dio prende il sopravvento.
Questo miracolo non è solo una guarigione. È un segno profetico. Un’anticipazione di una verità eterna che attraversa tutta la Scrittura: la morte non ha l’ultima parola.
L’apostolo Paolo lo affermerà con forza: “Quando poi questo corruttibile avrà rivestito incorruttibilità e questo mortale avrà rivestito immortalità, allora sarà adempiuta la parola che è scritta: «La morte è stata sommersa nella vittoria». «O morte, dov’è la tua vittoria? O morte, dov’è il tuo dardo?»” 1 Corinzi 15:54–55 (NR06)
In Cristo, la morte non è stata ignorata, ma sconfitta. Non è stata negata, ma privata del suo potere.
Questo non significa che, come credenti, non affrontiamo il dolore. Non significa che non attraversiamo il lutto, la perdita, la sofferenza. Ma significa che non lo facciamo senza speranza.
Nella nostra vita ci sono molte “morti” che non riguardano solo il corpo:
- morte di sogni
- morte di relazioni
- morte di progetti
- morte di speranze
Eppure il Vangelo ci ricorda che il nostro Dio è specializzato nel far risorgere ciò che sembra perduto. Gesù non ha solo vinto la morte un giorno nel passato. Gesù continua a portare vita oggi.
La storia di Iairo si chiude così: non con una spiegazione, ma con una trasformazione. Non con una teoria, ma con la vita che ritorna.
Forse oggi non vediamo ancora il miracolo. Forse siamo ancora nel tratto di strada più difficile. Ma possiamo continuare a camminare con Gesù, sapendo che quando Lui parla, anche ciò che sembra finito può rialzarsi.
La fede non è credere che non moriremo mai. La fede è credere che la vita di Dio è più forte di qualsiasi morte.
E questa è la nostra speranza. Oggi. Domani. Per sempre.
Potete visitare il nostro canale Youtube di Rehoboth TV per ascoltare messaggi di incoraggiamento e edificazione:
Scripture
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Ci sono momenti in cui la fede viene messa sotto pressione e le risposte tardano ad arrivare. La storia di Iairo ci accompagna proprio in uno di questi momenti. In questi sei giorni cammineremo insieme a Gesù, imparando cosa significa continuare a credere anche quando l’attesa si allunga e la paura bussa forte. Scopriremo che la fede non è l’assenza di difficoltà, ma la scelta di fidarci di Dio. Questo piano è un invito a ricordare che la morte non ha l’ultima parola e che la vita di Dio arriva sempre al momento giusto.
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